
Iperconnessione, sovraccarico emotivo e bisogno di ritrovare un confine interiore
Ci sono momenti, nella nostra vita, in cui ci sentiamo stanchi, irritabili, “appesantiti”, anche se non è successo nulla di particolarmente grave. Abbiamo dormito, abbiamo mangiato, abbiamo lavorato come sempre, eppure ci sembra di avere la mente sovraccarica. Abbiamo ascoltato i problemi di qualcuno, letto decine di messaggi, incontrato persone, seguito le notizie, guardato i social, risposto a una mail, ascoltato un podcast, letto un articolo, visto immagini e commenti. E alla fine della giornata ci accorgiamo di essere saturi non avere più spazio: non necessariamente perché abbiamo fatto troppo, ma forse proprio perché abbiamo lasciato entrare troppo.
È una condizione sempre più familiare in un’epoca come la nostra, in cui siamo continuamente raggiungibili, esposti a informazioni, opinioni, richieste, immagini, emozioni e stimoli provenienti da un mondo che non si ferma mai.
L’iperconnessione non riguarda soltanto il numero di ore trascorse davanti a uno schermo, ma riguarda anche la difficoltà di creare un vero spazio di distanza da ciò che accade intorno a noi. E proprio questo ci rimanda alla funzione di Fringed Violet, uno dei fiori australiani del Bush tradizionalmente associati alla protezione e al recupero dei propri confini.
Non siamo fatti per essere continuamente esposti
Il nostro sistema psicofisico ha bisogno di alternare, in modo equilibrato, apertura e chiusura, attenzione e riposo, relazione e solitudine, ma la tecnologia ha modificato profondamente questo ritmo. Lo vediamo tutti, continuamente, nella nostra vita quotidiana: un messaggio che arriva mentre siamo a tavola, la notizia “imperdibile” mentre stiamo lavorando, la foto che ci distrae mentre siamo in compagnia, una richiesta mentre stiamo cercando di rilassarci. Non esiste più necessariamente un momento nel quale il mondo esterno smette di bussare alla nostra porta, e spesso siamo noi stessi ad aprirla continuamente.
Secondo una recente indagine Eurispes, pubblicata nel settembre 2026, una parte consistente degli italiani riferisce automatismi, fatica, difficoltà di autoregolazione e conseguenze negative legate all’uso delle tecnologie digitali. Il rapporto parla anche di tecnostress e di una particolare vulnerabilità fra i più giovani. Naturalmente questo non significa che il problema sia la tecnologia, ma l’uso che se ne fa, per questo dobbiamo imparare a utilizzarla stabilendo dei sani confini.
Il problema non è soltanto ciò che vediamo. È ciò che assorbiamo.
Pensiamo alla nostra vita interiore come a uno spazio che entra continuamente in relazione con l’ambiente. Le persone che incontriamo ci influenzano, le loro parole possono rassicurarci oppure ferirci, la paura di qualcuno può diventare, per qualche ora, anche la nostra paura; la rabbia di qualcuno può lasciarci agitati; l’ansia di un familiare può diventare difficile da distinguere dalla nostra.
E sui social questo fenomeno può amplificarsi enormemente; infatti non incontriamo più soltanto le persone che fanno parte della nostra vita, ma siamo esposti contemporaneamente alle emozioni e alle esperienze di centinaia di persone. Le opinioni degli altri, i loro successi, le loro difficoltà, le polemiche, le paure, le richieste di attenzione, le immagini di corpi perfetti e di vite apparentemente perfette. E poi le guerre, i disastri climatici, le tragedie, le emergenze … tutto può arrivare fino a noi in pochi secondi, e non sempre abbiamo il tempo psicologico necessario per elaborarlo.
Quando perdiamo il confine tra “mio” e “non mio”
Tutto questo affollamento di notizie, informazioni o stimoli velocissimi può generare dentro di noi una sorta di confusione, di allarme, come se fossimo contagiati da un’energia di inquietudine, al punto da chiederci se quello che sentiamo appartiene davvero a noi o se l’assorbiamo dall’esterno. Possiamo svegliarci già preoccupati senza sapere esattamente perché; possiamo incontrare una persona agitata e accorgerci, qualche ora dopo, di essere diventati agitati anche noi. Possiamo leggere una notizia drammatica e continuare a sentirne il peso per tutta la giornata. Possiamo entrare sui social per cinque minuti e uscirne con la sensazione che il mondo sia un luogo molto più minaccioso, competitivo o triste di quanto ci sembrasse prima. Di fronte a queste sensazioni, è importante fermarsi a riflettere per capire da dove proviene, e magari provare scegliere cosa lasciare entrare e cosa no.
Fringed Violet: il fiore della protezione
Nel repertorio degli Australian Bush Flowers, Fringed Violet è tradizionalmente associato alla protezione psichica ed emotiva, in particolare per le persone molto sensibili agli stimoli esterni e agli stati d’animo di chi le circonda. È conosciuto anche per il suo forte potenziale di recupero dopo esperienze traumatiche, shock o situazioni destabilizzanti, che possono lasciare una traccia profonda nella nostra sensibilità. Il tema della protezione, quindi, non riguarda soltanto ciò che assorbiamo quotidianamente dall’ambiente, ma anche la possibilità di ritrovare, dopo un’esperienza intensa, una maggiore tranquillità e una sensazione di sicurezza interiore.
Ma cosa significa, davvero, proteggersi? Non vuol dire chiudersi, diventare insensibili o smettere di ascoltare gli altri. Significa poter essere aperti, comprensivi e disponibili senza però essere invasi, rimanendo nei limiti delle proprie possibilità. Una persona sensibile non deve diventare fredda o distaccata: può invece imparare a riconoscere ciò che appartiene a sé e ciò che proviene dall’esterno, senza lasciarsi prosciugare dalle emozioni altrui.
Fringed Violet può essere particolarmente significativo quando ci accorgiamo che le emozioni degli altri ci coinvolgono profondamente, quando un ambiente pesante ci lascia addosso stanchezza o disagio, oppure quando una conversazione, una notizia o un’esperienza di forte turbamento continuano a risuonare dentro di noi anche quando sono ormai terminate. Può essere il fiore da considerare quando ci sentiamo una sorta di “spugna emotiva”, capaci di percepire con grande intensità ciò che accade agli altri e di portarlo con noi anche quando non ci appartiene. In questi casi, il problema non la sensibilità, che è anzi una preziosa capacità di ascolto, empatia e percezione; ciò che manca è invece il confine, indispensabile per interagire con gli altri senza farsi invadere e perdere la connessione con noi stessi.
La protezione donata da Fringed Violet non è dunque una barriera che ci separa dal mondo, ma un confine vivo e consapevole. È la possibilità di ascoltare una persona senza farci carico del suo dolore, di essere empatici senza sentirci responsabili delle emozioni degli altri, di informarci senza esporci continuamente alle notizie, di utilizzare i social senza permettere loro di occupare ogni spazio della nostra giornata. Significa, in definitiva, poter dire: “Questo mi riguarda, questo invece appartiene a qualcun altro. E adesso posso scegliere quanto lasciarlo entrare.”
La vera disconnessione non consiste nello spegnere il telefono
Spegnere il telefono può certamente essere utile, ma la disconnessione più profonda è un’altra cosa. È riuscire, almeno per qualche momento, a stare con se stessi, centrati, connessi con la propria interiorità. È non chiedersi continuamente cosa stanno facendo gli altri, non confrontarsi, non rispondere immediatamente, non sentirsi obbligati a essere disponibili. È non cercare continuamente qualcosa da vedere, leggere o ascoltare. È lasciare uno spazio vuoto, perché è proprio nel vuoto che possiamo accorgerci di ciò che proviamo davvero.
Proviamo, alla fine della giornata, a fermarci per qualche minuto, senza telefono, senza televisione, senza musica, e poniamoci semplicemente tre domande: Che cosa sto sentendo? Che cosa mi appartiene veramente? Che cosa invece posso lasciare andare perché non è mio?
Non dobbiamo necessariamente trovare una risposta. Già il fatto di porci queste domande crea uno spazio, che può diventare una forma di protezione.
Proteggere la propria sensibilità
Viviamo in un’epoca nella quale essere informati, raggiungibili e connessi viene spesso considerato un valore assoluto, ma credo che forse sia necessario recuperare anche il valore opposto: la capacità di non essere sempre disponibili a tutto. Se non possiamo impedire al mondo di entrare nella nostra vita, possiamo però imparare a scegliere quanto lasciarlo entrare.
L’essenza di Fringed Violet ci porta simbolicamente proprio verso questa consapevolezza: la protezione non è chiusura, ma capacità di mantenere integro il proprio spazio interiore. Perché essere sensibili è una risorsa, ma per poterlo essere senza esaurirci, abbiamo bisogno di un confine. E forse oggi, in un mondo che ci chiede continuamente attenzione, una delle forme più preziose di cura consiste proprio nel ricordarci che non tutto ciò che arriva fino a noi deve necessariamente diventare parte di noi.
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