Maria Elisa Campanini
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Paul Klee e la malattia, un’ipotesi psicosomatica

Paul Klee e la malattia simbolica

 

Ho recentemente visitato la bella mostra “Paul Klee. Alle origini dell’arte” al Mudec di Milano, che presenta un’ampia selezione di opere dell’artista sul tema del “primitivismo”. Durante il percorso, ricco di spunti sulla ricerca dell’immaginario e del simbolico nel mondo interiore di Klee, sono stata colpita da una coincidenza nella biografia dell’artista, che mi ha fatto riflettere sulla causa psicosomatica nello sviluppo della sua malattia e della successiva morte. La correlazione tra gli eventi dolorosi accaduti negli ultimi anni di vita dell’artista e lo sviluppo della sclerodermia che gli sarà fatale è stata spesso evidenziata da molti studiosi, che hanno sempre parlato di forte stress come fattore scatenante; ma uscendo dal generico mi sembra che si possa aggiungere qualche osservazione.

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    Cancellato dalla lista, 1933

Nel 1933 i nazisti chiudono il Bauhaus e costringono Klee alle dimissioni dall’Accademia d’Arte di Dusseldorf, dove insegnava tecnica pittorica: il regime giudicava infatti le sue opere e quelle degli artisti a lui vicini, come “arte degenerata”. Paul Klee viene arrestato e poi rilasciato, e alla fine dell’anno è costretto ad abbandonare la Germania (dove viveva da più di trent’anni) e a trasferirsi in Svizzera a Berna, sua città natale.

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Da questo momento la sua salute diventa molto fragile. Deluso, scoraggiato e pieno di amarezza, si ammala dapprima di bronchite, seguita da una polmonite (in un’epoca ancora lontana dalla scoperta degli antibiotici), e nel 1935 gli viene diagnosticata una grave forma di sclerodermia, la malattia autoimmune che lo porterà alla morte nel 1940, a soli 60 anni.

 

Le malattie respiratorie (bronchite, degenerata in polmonite) che l’artista manifesta subito dopo i traumi delle intimidazioni naziste, della cacciata dall’Accademia, dell’arresto e del ritorno in Svizzera, suggeriscono immediatamente un’ipotesi psicosomatica. Il polmone, organo doppio, “parla” simbolicamente del nostro rapporto con l’altro da sé, con l’ambiente che ci circonda e con le situazioni che in quell’ambiente si vivono e si “respirano”: per Klee, in questo caso, il dolore profondo per lo sconvolgimento e la perdita repentina di tutto il suo mondo. “Cancellato dalla lista” è un autoritratto del 1933 che descrive esattamente il suo stato di abbattimento dopo il licenziamento dall’Accademia: una X sul volto contratto dal dolore.

 

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           L’uomo segnato, 1935

In un’ottica psicosomatica, è frequente osservare come le malattie dell’apparato respiratorio siano spesso collegate a stati di tristezza, malinconia, dispiaceri, solitudine. Questo legame viene ben evidenziato dalla Medicina Tradizionale Cinese, secondo la quale l’energia del Polmone – che governa non solo tutto l’insieme dell’apparato respiratorio, ma anche la funzione cutanea (pelle e sistema pilifero) –  è associata a sentimenti di dolore e tristezza; e nell’artista queste patologie possono dunque essere lette come una simbolica somatizzazione dello stato depressivo. D’altra parte, problemi, preoccupazioni, dolori, stati di stress acuti e ripetuti diminuiscono le “difese” psichiche, così come al corpo vengono a mancare le difese immunitarie.

In una malattia autoimmune, l’organismo non riconosce una parte di sé e la attacca in un meccanismo autodistruttivo, come se agisse su di sé un conflitto non portato all’esterno.

Nel caso della sclerodermia, che provoca il progressivo indurimento e ispessimento della cute e degli organi interni, ricorre molto spesso tra i malati una situazione di grave trauma improvviso avvenuto poco tempo prima del manifestarsi dei sintomi. Se pensiamo ai traumi vissuti da Paul Klee, si potrebbe metaforicamente associare ai sintomi cutanei l’immagine di un uomo impietrito dalla catastrofe che si è abbattuta su di lui.

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    L’albero di fico, 1929

L’artista viene colpito e colpevolizzato dalla follia del regime nazista per il dono di un talento considerato “sovversivo”, per quella danza di energia creativa, dinamica, che aveva così meravigliosamente espresso nel celebre “Albero di fico” del 1929.

 

 

Riporto qui un’interessante riflessione di Mattia Di Rosa, pittore, designer e critico d’arte, che a proposito dello scatenarsi della malattia di Paul Klee osserva: “Il Bauhaus fu una scuola innovativa ma tanto rigida nell’idea e nella certezza di poter progettare un nuovo uomo/mondo perfetto. Forse quel tipo di entusiasmo ed esaltazione per una libertà ideale di tipo quasi matematico fu addirittura il rovescio della medaglia che permise di far esplodere un tale sfogo di stress. Come una specie di esaltatore reattivo per quella che sarebbe stata poi la grande umiliazione inflitta dai nazisti. Klee era così ironico nel titolare il suo lavoro da risultare a volte quasi artificioso, come se dovesse sempre giustificare a se stesso l’immaginazione creativa liberatoria, e come se avvertisse nel profondo un nemico inevitabile che sarebbe stato un giorno una specie di inquisitore finale”.

 

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Maria Elisa Campanini
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